DIRITTI TV

I diritti radiotelevisivi si collocano all’interno del più vasto settore delle comunicazioni e dell’informazione.  Nell’ambiente sportivo tali diritti consistono in concreto nei diritti di ripresa e trasmissione degli eventi sportivi su qualunque piattaforma televisiva (oggi anche streaming), sia in diretta che in differita. Storicamente un primo riconoscimento di tali diritti è da ricercarsi negli Stati Uniti, con particolare riferimento alla messa in onda delle partite di football americano, mentre in Europa il ruolo di pioniere è da riconoscersi (invece) all’Inghilterra.

Per un introduzione a livello nazionale, ricordiamo che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, meglio nota con l’acronimo AGCOM, ha integrato nel 1997 le funzioni delegate sin dal 1990 al Garante per la radiodiffusione e l’editoria, e che per questo oggi, oltre alla normativa nazionale e comunitaria, il settore radiotelevisivo in generale soggiace alle regole dettate dall’AGCOM: tale agenzia e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) sono pertanto i diretti interlocutori dei soggetti che operano nel settore radiotelevisivo, così come definiti all’art. 2, comma I, L. 249/1997. Procedendo con un rapido excursus storico, la Legge n. 103 del 1975 riservava allo Stato la diffusione di programmi radiotelevisivi su scala nazionale, qualificandola come “servizio pubblico essenziale ed a carattere di preminente interesse generale“, sulla base della disposizione dell’art. 43 Cost[1]. Pertanto, all’epoca, titolari del diritto di diffondere erano soltanto lo Stato oppure le società per azioni a totale partecipazione pubblica. Nel 1990 però, in seguito alla vampata di liberismo americano post caduta del muro di Berlino, il legislatore  si premurava di definire, con la L. n. 223/90, i termini per le concessioni necessarie ai fini della diffusione da parte di soggetti privati e, in data 11 giugno 1995, fu indetto un referendum popolare per l’abrogazione della riserva espressa a favore delle sole società per azioni a partecipazione totalmente pubblica, consentendo così le operazioni di diffusione anche a società a partecipazione mista e privata. La liberalizzazione definitiva del settore delle telecomunicazioni si è avuta però nel 1998, sulla base della L. 249/97.

Prendendo come riferimento il campionato italiano di calcio, vista la posizione preminente che ricopre nella cultura sportiva del nostro Paese, è da segnalare che il settore dei diritti radiotelevisivi è oggetto di una compiuta legislazione; a partire dal 2010 infatti è in vigore quanto dettato dalla riforma voluta da Paolo Gentiloni (allora ministro della Comunicazione) e  Giovanna Melandri (allora ministro dello Sport), la quale prevede che a partire da tale data i diritti audio televisivi della serie A vengano ripartiti secondo lo schema seguente:

  1. 40% in parti uguali ad ogni club per guadagno economico;
  2. 30% in base al bacino d’utenza (25% in base al numero dei tifosi e 5% in base alle dimensioni del comune di residenza);
  3. 30% in base risultati sportivi (15% in base ai risultati conseguiti negli ultimi 5 anni, 10% in base ai risultati ottenuti dal 1946 fino a 6 anni fa e 5%  in base ai risultati ultima stagione)

Tale riforma, che sancisce un metodo di ripartizione conosciuto tra gli addetti ai lavori come “ripartizione collettiva”, è pensata per tutelare le piattaforme emergenti, le quali saranno individuate direttamente dall’AGCOM con particolare attenzione ai modelli di trasmissione offerti dalle recenti tecnologie come l’Iptv, ovvero la tv su protocollo Internet. Punto focale della riforma è anche il passaggio dalla titolarità soggettiva dei diritti in questione (ovvero dall’essere in capo alle singole società di calcio) alla contitolarità tra l’organizzatore della competizione (la Lega Calcio su mandato della Figc) e le società. Ulteriore ratio del provvedimento è però anche quella di favorire la concorrenza. Posto infatti che alle gare di assegnazione possono partecipare solo gli operatori aventi il titolo abilitativo a trasmettere e mantenuti fermi i divieti in materia di posizioni dominanti, è fatto divieto di acquisire in esclusiva tutti i pacchetti relativi alle dirette: in questo modo si vuole assicurare la presenza di più operatori del settore ed evitare che si acquisiscano diritti che non vengono direttamente esercitati da chi li compra ma vengano in seguito venduti a terzi a prezzi sovrastimati o fuori mercato. I diritti saranno inoltre assegnati per singole piattaforme a prezzi commisurati al bacino di utenza e gli organizzatori degli eventi sportivi potranno rivendere a condizioni agevolate, per esempio all’emittenza locale, i pacchetti di diritti rimasti invenduti o venduti ma non eserciti, ovvero non trasmessi. La riforma prevede infine un limite massimo di durata dei contratti di licenza pari a tre anni.

Tale categoria giuridica è di nostro particolare interesse perché i diritti nel settore degli avvenimenti sportivi sono diventati una delle maggiori fonti di entrate per le società calcistiche e per le emittenti televisive a pagamento. Una volta trasformati in società di capitali con scopo di lucro a seguito dell’approvazione della L. 586/96,  i club sportivi sono approdati infatti sui mercati finanziari anche grazie alla vendita dei diritti televisivi, diventando vere e proprie società per azioni quotate in Borsa (vedi in Italia la Juventus, la Lazio e la Roma). Tutto ciò con evidenti vantaggi per gli investitori: si sottolinea infatti che le azioni in questione non seguono l’andamento dell’indice azionario e si rivelano pertanto validi diversificatori di portafoglio. 

È da segnalare infine come tale categoria di diritti si appresti ad essere in continua evoluzione, risultando quindi in prima linea nell’affrontare nuove sfide, sia che queste siano dettate dalle innovazioni sociali e tecnologiche sia che esse derivino da interventi legislativi. Per challenges del primo tipo segnaliamo ad esempio la sempre maggiore importanza acquisita  nel mercato da i video contenenti gli highlights delle partite; per sfide del secondo tipo si pensi invece agli orientamenti della Commissione Europea in merito alla realizzazione del cosiddetto mercato unico digitale[2], ideato al fine di agevolare l’accesso transfrontaliero ai contenuti radiotelevisivi online.

PROCEDURE D’ACQUISTO

Almeno fino agli anni 80’, in Italia la locuzione “diritti calcistici televisivi” era del tutto priva di significato: il campionato italiano non li aveva né in chiaro né criptati e la maggior parte degli incassi delle società calcistiche si riscuotono nei biglietti delle partite. Negli stadi italiani, qualsiasi televisione privata e, di conseguenza, tutto l’equipe di cameraman e giornalisti vi poteva accedere per riprendere e commentare il match in corso, cercando di riscuotere e di ricavare il maggior numero di audience e di telespettatori possibile. Solo dagli anni 80’-90’, all’interno del nostro paese, si introduce l’istituto giuridico dei “diritti televisivi in vendita” con i relativi contratti tra la Rai e la Lega Calcio: infatti, si è verificata una notevole evoluzione in tutto questo lasso di tempo in cui le procedure d’acquisto dei diritti televisivi sono diventate assai più complesse. 

Al giorno d’oggi, le società calcistiche, e non solo, ricavano molti profitti dalla vendita dei diritti televisivi: tuttavia, dietro a questo vero e proprio mercato, sussiste un’articolata procedura che spesso non configura agli occhi di tutti gli spettatori. Nel campionato italiano calcio, i diritti di riprendere e trasmettere le partite, in diretta o in differita e su qualunque piattaforma televisiva, in sostanza i diritti televisivi, sono di proprietà di ogni singolo club. 

La procedura di vendita inizia con l’inserimento di terzi, cioè di un’azienda che agisce per conto delle squadre (es. Infront nella vendita dei diritti tv dal 2018 al 2021) nella trattativa di vendita di tali diritti alle emittenti. Successivamente, questa azienda, in accordo con la Lega Calcio, istituisce un bando ove è prevista una gara d’asta per l’acquisto di alcuni pacchetti con esclusive: infatti, i pacchetti messi sul mercato per l’ultima asta dei diritti televisivi del campionato di Serie A sono stati tre e sono stati suddivisi per fasce orarie. Il loro prezzo di base d’asta è stato di 452 milioni per il primo con 3 partite a giornata (Sabato alle 18, Domenica alle 15 e alle 20.30), di 408 milioni per il secondo con 4 partite a giornata (Sabato alle 15, Domenica alle 15 e alle 18 e il “Monday night”) e di 240 milioni per il terzo con 3 gare a giornate (Sabato alle 20.30, Domenica alle 12.30 e alle 15). A tal punto, vi è bisogno soltanto delle offerte in busta chiusa da parte delle emittenti che intendono acquisire tali diritti di proprietà dei club italiani, che, soltanto in seguito alla conclusione e alla vendita di tutti i pacchetti, potranno aggiudicarsi le loro quote. Tuttavia, per le stagioni 2018-2021, la piattaforma televisiva Sky Italia ha acquistato i primi due pacchetti per un totale di 780 milioni di euro (prezzo poco più basso del prezzo iniziale di base), mentre la società inglese Perform, che opera su piattaforme digitali, ha acquistato l’ultimo pacchetto per una cifra intorno ai 190 milioni. 

Infine, una nota molto importante da rilevare nell’ultima asta realizzata è la rivoluzione che la Lega Calcio ha deciso di apportare alla distribuzione dei pacchetti, prediligendo la vendita dei diritti tv per prodotto e non per piattaforma, come nelle passate stagioni, ove solo un’emittente poteva acquisire i diritti televisivi e, dunque, un unico pacchetto contenente tutte le partite di campionato: questa è stata una scelta molto azzardata, in quanto  rischia di costringere i telespettatori a sottoscrivere più abbonamenti per assistere a tutte le partite del massimo campionato italiano, ma d’altro canto è anche una scelta che si adegua agli standard europei, dal momento che l’anomalia era rappresentata solo dal nostro paese, poiché in tutti gli altri campionati si valorizza ogni singola partita.

CRESCITA DEGLI INTROITI E IMPATTO SUI VALORI DI BILANCIO

Il report “Football Club’s Valuation: The European Elite 2019” pubblicato nel maggio 2019, ha calcolato il valore dell’industria del calcio in Europa, focalizzandosi principalmente sul valore d’impresa dei primi 32 club europei e ponderando cinque parametri:
– Redditività
– Popolarità social
– Potenziale sportivo
– Proprietà dello stadio
– Diritti TV.
Tale analisi ha permesso di rilevare un valore aggregato di 35,6 miliardi di euro in relazione ai 32 principali club europei. Il numero mostra una crescita del 35% rispetto ai tre anni precedenti, risultato incredibile se considerato in relazione al resto del panorama continentale.
Un’importante fetta del valore riportata sopra corrisponde a, per dirla all’inglese, “broadcasting rights”. È infatti proprio nel campionato inglese, la Premier League, che si è stipulato il primo contratto di trasmissione in diretta tv dei match di campionato nel 1992 tra la Lega e Sky, un accordo quinquennale che prevedeva l’erogazione di 38,4 milioni di sterline alla Lega, da distribuire ai singoli club, nonché il diritto di mandare in onda 60 partite l’anno. Dopo l’approvazione della legge Mammì, nel 1994 Tele +, la prima Pay Tv italiana acquisita in seguito dal gruppo Sky, stipulò con la Lega Calcio un contratto avente ad oggetto la trasmissione di 28 gare del campionato di Serie A e 32 di Serie B dietro un compenso monetario complessivo di 44,8 miliardi di lire (circa 22,4 milioni di euro) a stagione. Nel corso degli ultimi 25 anni queste cifre sono cresciute di quasi il +8593%, un livello di crescita in termine percentuali che ha a dir poco dell’incredibile: infatti, rapportando i 38,4 milioni di sterline del primo contratto alla monetizzazione odierna derivante dalla vendita dei diritti televisivi in Premier League che si aggira intorno ai 3,3 miliardi di sterline. Questo dato giustifica le multimilionarie campagne acquisti sostenute ogni anno dai club inglesi che, avendo a loro disposizione risorse economiche immense anche agevolati da una ripartizione delle risorse più equa, si accaparrano i migliori talenti in circolazione a prezzi fuori mercato. In Italia, i proventi derivanti dai diritti televisivi continuano a crescere a ritmi vertiginosi ma più contenuti rispetto al modello principe inglese, così come in Spagna, Francia e Germania. Il business dei diritti tocca quota 2 miliardi di euro nella Liga Spagnola, + 222,4 % rispetto al 2009 (638 milioni di euro). In Bundesliga la cifra si aggira intorno agli 1,4 miliardi di euro anni con un + 201% rispetto al 2009 (465 milioni); La Seria A arriva a 1,3 miliardi, + 101,6 % rispetto al 2009 (682 milioni); infine abbiamo la Ligue 1 ove si arriva a 1,2 miliardi, + 74,6 % rispetto al 2009 (706 milioni).
Il livello di incidenza dei ricavi da diritti televisivi in Italia sul bilancio è ancora molto elevato, tanto da costituire una delle principali fonti di introiti: ad esempio per Roma, Inter, Juventus, Milan e Lazio rappresenta il 29,5 % del totale dei ricavi. A causa della congestione burocratica e degli elevati costi correlati, sono poche le realtà italiane che possiedono lo stadio di proprietà. In Inghilterra invece squadre come Liverpool, neo vincitore della Champions League, Manchester City, Chealsea, Tottenham, Man United e Arsenal, oltre che percepire ricavi da diritti TV più alti rispetto al resto d’Europa, hanno stadi di proprietà iscritti tra le immobilizzazioni di stato patrimoniale dai quali ricavano milioni di euro ogni anno. Grazie a questo riescono a non essere diritti TV-dipendenti. Inoltre, la ripartizione degli stessi avviene più equamente: addirittura, l’Huddersfield, ultimo club per ricavi in Premier, ha percepito 109,5 milioni di euro nel corso dell’ultimo campionato, quasi 10 milioni in più rispetto alla Juventus (vincitrice da 8 anni del campionato italiano). In Italia vige la Legge Melandri che delinea i principi base riguardanti la ripartizione dei diritti, recentemente modificata a favore di una redistribuzione degli stessi più bilanciata. In tutto ciò resta comunque un dato incontrovertibile: a parte la Juventus, che ha uno stadio di proprietà e livelli di introiti non molto lontani dai top club europei, quasi vicini ai 650 milioni di euro, le restanti squadre italiane hanno da poco intrapreso un percorso di sviluppo sostenibile in conformità delle regole Uefa cercando, contemporaneamente, di aumentare i ricavi e diversificare gli stessi tra merchandising, sponsorizzazioni, social media. Dunque, i ilvelli per raggiungere gli step già percorsi da altri saranno lunghi ma non impossibili. Ovvio, però, che si necessita di nuovi investitori con progetti a lungo termine e riforme strutturali del sistema calcio italiano al fine di renderlo più appetibile per i top player così da dare nuova linfa e visibilità in ambito internazionale.

LA RIVOLUZIONE DELLE TV ONLINE

Negli ultimi anni in Italia e all’estero le trasmissioni online sportive e non stanno mettendo sempre più il dominio delle TV via cavo. 
I vantaggi di tale copertura sono evidenti, la televisione online offre infatti la possibilità di seguire gli eventi sportivi anche lontano da casa e di accedere contemporaneamente con lo stesso account da più dispositivi. 

Analizzando il mondo dello sport, DAZN è l’emittente che ha portato popolarità di questo fenomeno in Italia. Il colosso di Perform è sbarcato nel nostro paese nel luglio 2018, rispondendo all’impellente necessità di trovare qualcuno che concorresse con SKY al bando per l’acquisizione dei diritti televisivi del calcio italiano. L’inizio non è stato dei più convincenti: nelle prime tre giornate di campionato, infatti, davvero in pochi sono riusciti a vedere le partite trasmesse dalla piattaforma digitale senza avere problemi legati alla connessione.
Le problematiche sono state via via risolte grazie agli accordi paralleli che SKY ha raggiunto con Perform group, la TV di Murdoch ha addirittura ottenuto la possibilità a partire dal 20 settembre 2019 di trasmettere alcuni degli eventi trasmessi da DAZN su un apposito canale. Nel novembre del 2019 DAZN ha raggiunto la cifra di 8 milioni di abbonati in giro per il mondo, raddoppiando la quota registrata solamente 6 mesi fa (dati Forbes).
La piattaforma di Perform è presente sul mercato in 30 paesi diversi, tra i quali spiccano Germania, Stati Uniti e Spagna. In Italia l’emittente ha ottenuto i diritti di trasmettere, nel triennio 2018-2021, 3 partite per ogni week end di serie A, tutta la serie B, la Liga spagnola, la Ligue 1 oltre a diversi altri sport come il football americano.

Il fenomeno della televisione sportiva online è più che mai attuale, tra il 3 e il 5 dicembre nel Regno Unito è successa una cosa che conferma come le abitudini di fruizione dello sport in diretta siano destinate a cambiare definitivamente.
Amazon Prime Video, la piattaforma di streaming su abbonamento del colosso di Jeff Bezos, ha infatti trasmesso le dieci partite di Premier League del turno infrasettimanale, tra le quali spiccava il “Derby del Merseyside” tra Liverpool ed Everton. Nel Boxing Day tra il 26 e il 27 dicembre i tifosi britannici potranno vedere altrettanti match. La casa di Seattle si è dunque aggiudicata il pacchetto di 20 partite (al prezzo di 90 milioni) lasciato libero da Sky Sports UK E BT sports.
La società non si è però fermata qui, e il 10 dicembre ha annunciato di aver acquisito i diritti per un pacchetto di partite di Champions delle squadre tedesche a partire dalla stagione 2021-2022. Le gare verranno trasmesse in diretta martedì sera. Amazon si espande dunque anche in Germania, il suo secondo mercato dopo gli Stati Uniti.
Tutto ciò si aggiunge all’acquisto annunciato da tempo dei diritti per la trasmissione del Roland Garros tra il 2021 e il 2023. La federtennis francese prevede un aumento del 25% degli introiti rispetto alla media degli ultimi anni in seguito all’ingresso dell’azienda americana. Il Roland Garros rappresenta il primo accordo diretto di Amazon Prime nel tennis e anche nello sport francese, e fa subito temere che il torneo cambi radicalmente programmazione, convogliando i match migliori di sera per accontentare i giusti desideri di un partner così munifico. La cifra del contratto in questione raggiunge quota 90 milioni.

Quindi cosa c’è di nuovo e importante adesso? L’ingresso in questo mondo di un colosso di tale importanza ci avvicina al momento in cui il duello con le pay TV via cavo sarà ad armi ed esborsi pari e riguarderà la parte più significativa dell’assegnazione dei diritti.

Nonostante gli ostacoli per arrivare a ciò (ricordiamo infatti i problemi avuti da DAZN all’inizio del ciclo dovuti alla difficoltà di gestione dei picchi di traffico in diretta), Bezos quasi certamente insisterà e metterà ancora più soldi per finanziare questo progetto.
Nei giorni della Premier si è infatti assistito al record di sottoscrizioni ad Amazon Prime da quando il servizio è stato lanciato. Il dato è interessante, specialmente se affiancato alla statistica di Ampere Analysis secondo cui Amazon porta al 72% la percentuale degli appassionati britannici coperti da qualche partita. Gli abbonati a Bt e Sky rappresentano invece il 54% dei fan calcistici del Regno Unito.
Sempre più persone sono dunque destinate ad essere raggiungibili, la partita tra le TV via cavo e le emittenti online è ufficialmente entrata nel vivo.

Scritto da:

Matteo Manna

Niccolò Antoniazzi

Vincenzo Galli

Armando Mongiardo


[1] Il quale recita: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

[2] Il mercato unico digitale è considerato un obiettivo di prim’ordine dell’Unione Europea. Nel 2016 e nel 2017 si sono conseguiti risultati storici a riguardo, quali l’abolizione delle tariffe di roaming, la modernizzazione della protezione dei dati, la portabilità transfrontaliera dei contenuti online e l’accordo per sbloccare il commercio elettronico ponendo fine ai blocchi geografici ingiustificati.

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Francesco Foria

Francesco Foria Studente di Giurisprudenza presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi, giornalista pubblicista iscritto all’albo dal 2018 e Direttore editoriale dal 2018 al 2019 della testata sportiva “Numero Diez”. Dal 2020 membro del consiglio direttivo dell’associazione universitaria Sports Law & Policy e Co-direttore di OISB.

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