La multiproprietà delle società calcistiche e dunque la partecipazione in esse sono un tema sempre più attuale in un sistema che vede il calcio più come un’azienda, un business, che come un semplice sport. Un tema di tale portata possiede un rischio da non sottovalutare come quello del conflitto di interessi. Rischio che viene attenuato dalle normative italiane ed europee di settore che di conseguenza limitano le possibilità e le modalità di acquisizione di una società calcistica da parte di soggetti che abbiano partecipazioni in altri club.
Le norme di riferimento sono 3: l’articolo 5 dei Regolamenti delle Competizioni UEFA[1], l’articolo 16-bis delle Norme organizzative interne della FIGC (NOIF) e l’articolo 7 comma 7 e 8 dello Statuto della FIGC.
Riguardo al rapporto tra le tre norme si può tracciare un parallelismo con il rapporto tra il diritto nazionale e quello nazionale. L’articolo 7 dello Statuto e il 16-bis del NOIF riprendono a livello nazionale il contenuto dell’articolo 5 del Regolamento UEFA. I tratti essenziali del 16-bis sono i primi 2 commi: “Non sono ammesse partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica o al campionato organizzato dal Comitato Interregionale. Ai fini di cui al comma 1, un soggetto ha una posizione di controllo di una società o associazione sportiva quando allo stesso, ai suoi parenti o affini entro il quarto grado sono riconducibili, anche indirettamente, la maggioranza dei voti di organi decisionali ovvero un’influenza dominante in ragione di partecipazioni particolarmente qualificate o di particolari vincoli contrattuali”. L’articolo 7 dello Statuto ai commi 7 e 8 riporta quanto segue: “Non sono ammesse partecipazioni, gestioni o situazioni di controllo, in via diretta o indiretta, in più società del settore professionistico da parte del medesimo soggetto. Nessuna società del settore professionistico può avere amministratori o dirigenti in comune con altra società dello stesso settore. Nessuna società del settore professionistico può avere collegamenti o accordi di collaborazione, non autorizzati dalla Lega competente e non comunicati alla FIGC, con altra società partecipante allo stesso campionato”. L’articolo 7 ha un divieto, come si vede, più rigido: vieta la multiproprietà
Il divieto sia per la norma nazionale che quella “comunitaria” riguarda il controllo, diretto o indiretto, di più società appartenenti al medesimo campionato (NOIF) o alla medesima competizione (UEFA). Controllo indiretto che solo nel NOIF viene definito, attraverso il limite del grado di affinità, mentre nel Regolamento UEFA la definizione è, si presume volutamente, vaga proprio per combattere in maniera più rigida qualunque forma di influenza in altre società. I casi di multiproprietà non sono pochi, basti pensare all’impero della famiglia Pozzo con il trio Watford-Udinese-Granada oppure al City Football Group, la holding che vanta partecipazioni in 8 club sparsi per il mondo tra cui il Manchester City, New York City FC e Girona. I casi più emblematici sono quelli che andremo ad analizzare da qui in avanti: in primis il rapporto tra Lazio e Salernitana con la relativa influenza di Claudio Lotito che in prima persona si sta battendo, ormai dal 2014 con la candidatura di Tavecchio, per modificare l’articolo 16-bis del NOIF. Non a caso proprio Lotito è stato a capo della Commissione riforme, e attualmente ricopre il ruolo di membro del Consiglio Federale. Una situazione piuttosto analoga la si può vedere nell’acquisizione da parte della famiglia De Laurentiis dell’ormai fallito FC Bari 1908, diventato poi SSC Bari. In ambito “sovranazionale” particolare apprensione e analisi l’ha portata il caso Red Bull con le due società: RB Lipsia, che meriterebbe di per sé un’analisi approfondita, e Red Bull Salisburgo, ormai entrambe presenti in pianta stabile nelle competizioni europee.
CASO SALERNITANA
1. NOTA PROGRAMMATICA
L’intento dei paragrafi che seguiranno sarà quello di inquadrare storicamente l’evoluzione della società U.S. Salernitana 1919. Pur vantando nel vessillo e nel nome sociale la storicità (recentemente è stato festeggiato il centenario con dirigenti, giocatori e rappresentati pubblici della comunità), la storia della società è tutto tranne che lineare. Partirò dall’ultimo fallimento che ha visto privata la società di Marchio, Colori sociali e denominazione.
1.1. LO SCENARIO
“Accolgo la decisione comunicata nella mattinata di oggi con grande serenità. Ribadisco la più totale estraneità ai fatti che mi vengono addebitati e sono certo che in dibattimento sarà possibile fugare ogni minimo dubbio sulla correttezza dei miei comportamenti. Mi accingo, quindi, ad affrontare il percorso processuale con la tranquillità e la consapevolezza di chi ha la coscienza a posto. Auspico che il racconto mediatico di questa vicenda venga svolto con l’equilibrio necessario nei confronti di un cittadino verso il quale non è stato pronunciato alcun verdetto di condanna”.
Sono queste le parole con cui l’ex presidente della ‘Salernitana 1919’, Antonio Lombardi, è stato rinviato a giudizio, per il fallimento del sodalizio calcistico granata, con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Lo ha deciso il gup Sergio De Luca. Assieme all’attuale presidente dell’Associazione costruttori Ance di Salerno sono comparsi, dinanzi alla prima sezione penale del Tribunale di Salerno anche l’amministratore legale Antonio Loschiavo e il socio di minoranza, Francesco Rispoli.
La data di partenza è il 13 giugno 2011, giorno in cui i sogni di promozione della Salernitana svanirono. I granata, che in tutto l’arco del campionato avevano vissuto in una situazione societaria oggettivamente difficile a causa dei problemi economici e la conseguente messa in vendita del club da parte di Lombardi, e le varie vicende connesse a ciò, guidati da Roberto Breda, coronarono un traguardo importantissimo: il raggiungimento dei play-off, valevoli per un eventuale ritorno in cadetteria. Dopo una partita di andata, tenutasi a Salerno, che vide i campani vittoriosi di misura, al ritorno a Verona incassarono un 2-0 che sancì il non passaggio.
Grande amarezza per i salernitani, che di lì a poco sarebbero scomparsi dal calcio.
Probabilmente vincendo quella partita adesso non sarei qui a scrivere queste righe, ma sfortuna volle che andasse in tal modo. La Salernitana non si iscrisse al campionato di Lega Pro della successiva stagione.
1.2. CONSEGUENZE LEGALI
Il 2011 fu l’anno ufficiale del fallimento della società US SALERNITANA 1919. Il «rosso» in bilancio contestato è di 3 milioni e 700mila euro, che determinò lo stato di insolvenza della società e il successivo affidamento alla curatela fallimentare della Salernitana calcio 1919. Questo è il dato certo dichiarato.
Nel 2016 Il rito abbreviato ha condannato Emilio Romaniello, Antonio Melella e Vincenzo Petrillo per due episodi di bancarotta documentale (ovvero per come sono state tenute le scritture contabili) assolvendoli dall’accusa di bancarotta fraudolenta patrimoniale. A finire sotto l’osservazione del
Giudice una nota di credito e un versamento di Lombardi per aumento di capitale avvenuto quando già non era più socio. Già rinviato a giudizio.
Nel 2018 la Corte d’Appello del tribunale di Salerno ha confermato per l’ex patron granata Antonio Lombardi una condanna di due anni per calunnia e reato simulato, già emessa in primo grado dal Tribunale di Vallo della Lucania.
I fatti in esame risalgono a fine stagione 2009/10, quando l’allora presidente della Salernitana aveva consegnato ai calciatori granata Mariano Stendardo e Francesco Caputo (esattamente quel ciccio Caputo) alcuni assegni senza copertura – del valore di 270mila euro – prima di denunciare ai carabinieri la finta scomparsa degli stessi, per evitare la riscossione della somma. I titoli infatti, dopo la denuncia di smarrimento presentata da Lombardi in data 2 luglio 2009, risultarono di fatto bloccati, impedendo ai due giocatori di ottenere l’importo dovuto.
1.3. IL SALERNO CALCIO
‘Si tratta della scelta più consona agli obiettivi richiamati nell’avviso di manifestazione di interesse pubblicato dal Comune di Salerno la scorsa settimana”. Desidero esprimere in questa circostanza apprezzamento e gratitudine anche a tutti gli altri firmatari delle istanze depositate per la disponibilità mostrata e per la valenza dei progetti”.
Con queste parole, l’allora sindaco di Salerno, attuale governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca dichiarò l’accettazione della proposta di acquisizione ricevuta dalla Morgenstern srl di Roma – il cui amministratore unico è Gianni Mezzaroma, suocero del presidente della Lazio Claudio Lotito e padre di Marco Mezzaroma, marito dell’ex ministro salernitano Mara Carfagna – a rifondare il calcio a Salerno. De Luca arrivò alla deliberazione dopo aver vagliato le sette offerte giunte sul suo tavolo nei giorni scorsi per far ripartire la società dalla serie D dopo la mancata iscrizione al campionato di Prima divisione.
La scelta arrivò in piena Estate del 2011. La nuova società guidata da Mezzaroma ha così dovuto in circa 10 giorni di tempo espletare una serie di adempimenti al fine di perfezionare la domanda di iscrizione. I documenti necessari sono la richiesta di affiliazione, un versamento di 300.000 euro in assegni circolari non trasferibili intestati alla Figc di Roma, un piano di impresa per le attività da svolgere nei prossimi 3 anni e la dichiarazione di impegno di iscrizione al campionato interregionale. Gli allora presidenti della Figc Abete e il presidente della Lega Dilettanti Tavecchio accettarono la domanda di iscrizione dando 3-4 giorni di tempo alla nuova società per la tassa di iscrizione di circa 20.000 euro e la fideiussione di 31.000 euro. Fondamentale fu la lettera di accreditamento nella quale il sindaco De Luca spiegò alla Federazione i motivi della sua scelta ricaduta su Mezzaroma.
Costituita una nuova società secondo il comma 10 dell’articolo 52 NOIF, nasce la Salerno Calcio ripartendo dalla Serie D.
1.4. LA QUESTIONE MARCHIO, DENOMINAZIONE E COLORI SOCIALI
“Marchio, colore, denominazione… Noi rivogliamo la tradizione!”
Chiunque abbia assistito ad un incontro del Salerno Calcio nella stagione 2011/2012, non potrà non aver udito questo coro innalzarsi dalla Curva Sud Siberiano, intonato da tutti i tifosi.
Con la nuova società la storia centenaria del club è stata totalmente oscurata. Quantomeno in un primo momento. Il marchio celeberrimo del cavalluccio marino, il colore sociale granata e la denominazione USS SALERNITANA 1919 furono inutilizzabili per questioni di diritti. L’ex presidente Lombardi nello studio notarile Malinconico, perfezionò nel 2009 l’atto di acquisto dei beni immateriali della Salernitana Sport SpA alla presenza del notaio Malinconico, dell’avvocato Roberto Malinconico e del curatore fallimentare Nigro.
Solamente nel 7 luglio 2012, al termine della stagione conclusasi con la promozione diretta in Lega Pro, il comunicherà di aver oggi raggiunto l’accordo in virtù del quale tutti i segni distintivi ed i beni immateriali della Salernitana Sport S.p.A. sono nella disponibilità del Salerno Calcio.
La società Salerno Calcio di Claudio Lotito e Marco Mezzaroma raggiunse così l’accordo per il fitto dei beni immateriali della Salernitana Sport, nelle disponibilità della Energy Power di Antonio Lombardi. Torna quindi la Salernitana, per la gioia dei tanti tifosi che in questo anno di Salerno Calcio avevano sempre chiesto, a gran voce, il ritorno di “marchio, colore e denominazione.“
SSC Bari e SSC Napoli: De Laurentiis e il progetto “polo sportivo del Sud”
SSC Bari come SSC Napoli, nessuna omonimia frivola, solo un’uniformità di progetti che fanno capo alla medesima proprietà, la FilmAuro S.r.l. di Aurelio De Laurentis.
Il presidente, nonché proprietario, del Napoli è infatti divenuto patron della società sportiva del capoluogo pugliese in quanto vincitore del bando per l’assegnazione del titolo sportivo del club da parte del sindaco Antonio Decaro; ma andiamo con ordine.
L’estate del 2018 infatti è stata un’estate particolarmente travagliata per il calcio barese, con il popolo biancorosso, ancora una volta, costretto ad interessarsi di questioni giudiziarie e a dover comprendere le dinamiche fallimentari, piuttosto che parlare di calcio giocato.
La storia del calcio a Bari, dopo 110 anni, è giunta al termine: alle ore 18 di lunedì 16 luglio 2018 è calato il sipario sullo storico club biancorosso per la mancata iscrizione in serie B, a seguito della scadenza del termine per la ricapitalizzazione dell’FC Bari 1908 e del sottrarsi di due potenziali nuovi soci (la cordata Raddrizzani-Napoli) che avrebbero dovuto salvare la medesima società calcistica. Il disimpegno è avvenuto a seguito dell’esame del carteggio societario, nel quale sono spuntate posizioni debitorie che hanno spaventato i potenziali acquirenti; aspetto che ha rafforzato il dubbio su una situazione che andava, in realtà, oltre quanto si potesse prospettare (si è parlato di oltre 16 milioni di debiti).
Il 16 Luglio la FC Bari fallisce, ma non tutti i fallimenti vengono per nuocere, e così, sulle ceneri dell’ormai defunta FC Bari, il calcio nel capoluogo pugliese è ripartito dalla Serie D, dopo oltre 60 anni di assenza dalla quarta serie, col neopresidente Luigi De Laurentiis, figlio del Patron del Napoli Aurelio.
Nessun filtro, tutto alla luce del sole, nessun timore di violare le regole.
L’avvocato Mattia Grassani (legale del Napoli) e De Laurentiis hanno studiato a fondo la cosa, e a fronte dell’articolo 16bis delle NOIF, per cui, ricordiamo «non sono ammesse partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica o al campionato organizzato dal Comitato Interregionale», oppongono l’articolo 7 co. 7 dello Statuto federale FIGC, che restringe il campo del divieto e sdogana l’operazione: «Non sono ammesse partecipazioni, gestioni o situazioni di controllo, in via diretta o indiretta, in più società del settore professionistico da parte del medesimo soggetto».
Tra un anno – perché De Laurentiis ovviamente dà per scontato l’immediato ritorno del Bari tra i professionisti – ci si porrà il problema (in extremis risolvibile cedendo ad altri il 51% delle quote e la legale rappresentanza del club).
Il problema vero si presenterà tra tre anni, quando il cronoprogramma del presidente prevede il grande ritorno dei pugliesi in Serie A, con la conseguente certezza di uno scontro con il club partenopeo. Essendo già proprietario del Napoli, se il Bari scalasse rapidamente le categorie arrivando in A, i De Laurentiis sarebbero nella condizione di dover vendere una delle due società: “La norma consente di essere proprietari di più di una società purché esse non siano nella stessa categoria (professionistica o dilettantistica, ndr), dunque al momento non è un problema. Ci muoviamo nel rispetto delle regole ma lavoriamo affinché esse vengano attualizzate poiché permettere le squadre B e non la multiproprietà è una sorta di controsenso” ha spiegato il legale Menichini. Ci si interroga dunque sulla possibile soluzione di questa vicenda. Lo venderà a qualcuno? Sceglierà tra Bari e Napoli?
De Laurentiis ha già accennato ai suoi collaboratori che le sue intenzioni non corrispondono a quanto appena supposto: «Convinceremo il sistema sportivo italiano a cambiare le regole sulle multiproprietà. Faremo la rivoluzione».
Era serio, quantomeno circa le proprie aspirazioni. Nella visione di De Laurentiis, infatti, sull’asse Napoli-Bari (e a partire da esso) si costruirà un polo del calcio che abbia le risorse, le competenze e i talenti per sfidare le grandi del Nord.
La riforma del famigerato articolo 16-bis delle NOIF è tutta in salita vista la posizione oltranzista di Gabriele Gravina, presidente della FIGC. Claudio Lotito (proprietario di Lazio e Salernitana) e Marco Mezzaroma, però, hanno trovato in Aurelio De Laurentiis una preziosa spalla nell’irto percorso di rimodulazione delle norme che regolamentano la multiproprietà in ambito calcistico. Al riguardo vanno registrate le parole di Luigi De Laurentiis, chiamato a compiere la stessa scalata della Salernitana dalla Serie D. In un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport, De Laurentiis jr fissa senza mezzi termini gli obiettivi: “Sarei poco sincero se dicessi che non penso alla sfida col Napoli in Serie A – ha affermato il numero uno pugliese – Entro il 2022 o il 2023 contiamo di arrivarci. Regole permettendo.”
La speranza è che la sfida tra azzurri e biancorossi possa essere preceduta da quella tra Lazio e Salernitana, non perché a parere di chi scrive le Multi-Club Ownership (Mco) siano da considerare vantaggiose ed effettivo strumento per diversificare i ricavi e ponderare meglio i rischi (c’è, piuttosto, il serio rischio della creazione di una posizione dominante tale anche da turbare il libero mercato), ma in quanto sembra essere l’unica occasione in cui si dovrà dare uniformità alla normativa che, invece, risulta essere ancora lacunosa.
(ECONOMIA)
Analizzando gli sforzi economici compiuti dalle multiproprietà per riuscire a gestire le spese su più fronti, si può notare come, la gestione della SSC Bari da parte dei De Laurentiis, sia differente dalla strategia scelta da Lotito per quanto riguarda la Salernitana, in quanto quest’ultimo non ha acquisito la società da solo, ma con un socio.
La famiglia De Laurentiis ha deciso di investire su una nuova realtà calcistica nel 2018, avanzando un business plan solido per provare a convincere il Sindaco di Bari ad assegnare a loro l’incarico di risollevare le sorti del secondo club più importante del mezzogiorno. La strategia scelta della famiglia De Laurentiis gli ha permesso di poter sbaragliare la concorrenza delle altre 10 proposte in gara della manifestazione d’interesse (tra cui Lotito e Cairo).
Il business plan proposto dalla famiglia De Laurentiis è riuscito a convincere tutti grazie agli ingenti investimenti già pianificati per le prime tre stagioni. Per il primo anno della loro gestione, l’investimento complessivo che è stato effettuato dalla famiglia De Laurentiis è di circa 5 milioni di euro, spartiti rispettivamente in: 31 mila euro di fideiussione necessari all’iscrizione al campionato di Serie D, ai quali vanno aggiunti rispettivamente circa 20 mila euro per le spese accessorie. La voglia di ottenere una promozione al primo anno ha fatto si che vi sia stata una spesa di circa 2 milioni di euro per il monte ingaggi dei giocatori e del personale. Per quanto riguarda invece le infrastrutture la spesa complessiva si aggira intorno ai 250 mila euro. L’obbiettivo promozione in un anno andrebbe a raddoppiare gli stipendi del personale, questo risultato verrebbe però controbilanciato da un aumento di spettatori allo stadio, premi di valorizzazione e/o rendimento dei tesserati e notevole aumento dei diritti d’immagine. L’obbiettivo del secondo anno è quello di raggiungere i playoff per cercare l’approdo in serie B, nel caso in cui questo dovesse sfumare, vi sarebbe un “paracadute” che garantirebbe alla società di proprietà della famiglia De Laurentiis un rimborso spese.
Claudio Lotito decise nel 2011 di rilevare l’Unione Sportiva Salernitana insieme a Marco Mezzaroma. Le quote societarie sono rispettivamente del 50%. L’investimento iniziale fu di 300 mila euro in assegni circolari non trasferibili intestati alla Figc di Roma, seguito da una tassa di iscrizione al campionato di Serie D di 20 mila euro e la fideiussione di 31 mila euro. Anche in questo caso, fu il sindaco della città a emettere un bando per assegnare la gestione della società sportiva. I due soci rilevarono il titolo sportivo battendo la concorrenza, composta anche da Pietro Lo Monaco (ex amministratore delegato del Catania Calcio. Il progetto si basava su un arco temporale di cinque anni. La società rilevata fu chiamata “Salerno Calcio”, in quanto i diritti del brand “Salernitana” appartenevano alla Energy Power, di proprietà del vecchio presidente della squadra del mezzogiorno. In seguito alla promozione in Serie C, nel 2012, la Salerno Calcio ed Energy Power raggiunsero un accorso in virtù del quale tutti i segni distintivi ed i beni immateriali della Salernitana Sport S.p.A. entrarono nella disponibilità del Salerno Calcio. Nel 2015 la squadra militava già nel campionato di Serie B e una deroga consentì a Lotito di detenere quote di una seconda squadra (oltre la Lazio) anche dopo il ritorno tra professionisti.
(II)
Il tema della multiproprietà di più società professionistiche contestualmente, in Italia, ha certamente in Claudio Lotito ed Aurelio De Laurentiis, i due esempi più lampanti, noti e probabilmente anche più congrui per comprendere questa realtà. Il presidente Lotito, con la proprietà della SS Lazio e della US Salernitana, ed il presidente De Laurentiis, che invece possiede contestualmente la SSC Napoli e la SSC Bari. Cerchiamo, però, di analizzare vantaggi e svantaggi della multiproprietà e quali sono gli aspetti peculiari che le caratterizzano. Come è ben noto, in Italia, ai sensi dell’articolo 16-bis delle norme organizzative interne federali, non si possono possedere due società militanti nella stessa divisione, ma solo in divisioni diverse. Certamente balza agli occhi come la norma appena citata, rappresenti effettivamente il più grande ostacolo rispetto ad una multiproprietà per lo stesso patron, che sia ambiziosa in entrambe le realtà e che punti a crescere efficacemente su entrambi i fronti. Prendiamo, per esempio, il caso del Bari, acquistato nell’estate del 2018 da AdL, dopo il fallimento nella gestione Giancaspro. Qualora il Bari ambisse, pur militando ad oggi in Lega Pro, ad una doppia promozione fino alla Serie A, sarebbe frenata dalla presenza della SSC Napoli, che da anni ormai termina nelle prime posizione della massima serie italiana ,anch’essa di proprietà del produttore romano, e che dunque creerebbe un conflitto d’interesse in contrasto con uno sviluppo fisiologico delle competizioni tra squadre diverse. Va, dunque, soprattutto a gravare sulle “Squadre B” la multiproprietà, relegando realtà locali ad una forma di vassallaggio sportivo. Risulta necessario sottolineare, tuttavia, come il fenomeno descritto non sia certamente limitato all’Italia, ma è sempre più comune nel mondo, con le società sportive che lentamente si trasformano sempre più in vere e proprie holding. Tra gli indubbi vantaggi della multiproprietà c’è la possibilità, come accade per Salernitana e Bari, di cedere in prestito alcuni giovani promettenti della società più forte alla società satellite, di poter dare minutaggio a giocatori poco impiegati nella squadra di punta, tra le due. Oltre alle ragioni squisitamente tecniche, nella scelta sempre più comune della multiproprietà, si celano ragioni economiche. Difatti, è così possibile, per le proprietà, diversificare i ricavi e ponderare meglio i rischi. Ci si domanda però, a questo punto, se valga di più un calcio in cui le proprietà trovano giovamento da stratagemmi del genere o un calcio più limpido, più genuino e lungi da questa visione così poco sportiva, e sin troppo imprenditoriale. L’impressione è che il tempo renderà più chiaro l’impatto delle multiproprietà sul calcio moderno e se sarà effettivamente opportuno prendere provvedimenti ancora più specifici e restrittivi, o meno.
Il problema dei rapporti, e dei conseguenti conflitti di interessi, tra squadre aventi la stessa proprietà
Le Multi-Club Ownership (MCO) sono popolari nel calcio perché sono strumenti utili per diversificare i ricavi e per ponderare meglio i rischi: con più squadre tra le mani, infatti, i proprietari possono gestire le plusvalenze, gli acquisti e i prestiti dei cartellini, e (eventuali) promozioni in prima squadra dal settore giovanile (quasi) a loro piacimento.
Tuttavia, il regolamento FIFA prevede che i club siano tra loro indipendenti, ed è proprio per questo che le suddette situazioni di MCO si configurano come ipotesi border-line all’interno delle competizioni e nazionali e internazionali.
In Italia, le norme che regolano le multiproprietà nelle società sportive sono essenzialmente due: i commi 7, 8 e 9 dell’art. 7 dello Statuto Federale (norma di rango primario) e l’art. 16 bis delle NOIF (Norme Organizzative Interne Federali).
Lo Statuto Federale, al comma 7 dell’art. 7, fornisce un criterio generale, prevedendo che «non sono ammesse partecipazioni, gestioni o situazioni di controllo, in via diretta o indiretta, in più società del settore professionistico da parte del medesimo soggetto»; al comma 8, inoltre, si specifica che «nessuna società del settore professionistico può avere amministratori o dirigenti in comune con altra società dello stesso settore. Nessuna società del settore professionistico può avere collegamenti o accordi di collaborazione, non autorizzati dalla Lega competente e non comunicati alla FIGC, con altra società partecipante allo stesso campionato».
La realtà di oggi nel mondo però è che questi fenomeni di multiproprietà non sono affatto così rari: di esempi concreti se ne possono analizzare parecchi, ma quelli più eclatanti (anche a livello mediatico) sono sicuramente i casi di Lipsia – Salisburgo e di Napoli – Bari.
Il Lipsia e il Salisburgo sono entrambi legati alla Red Bull®, ma il rapporto che intercorre tra esse non è così banale come potrebbe sembrare: infatti la Red Bull®, teoricamente, non controlla entrambe le società.
L’azienda austriaca è proprietaria del Lipsia, ma, per quanto riguarda il Salisburgo, essa ne è ‘solo’ il main sponsor.
Il regolamento dei tornei UEFA prevede che nel caso in cui il Salisburgo percepisse almeno il 30% dei propri ricavi dalla sponsorizzazione della Red Bull®, allora si concretizzerebbe il conflitto di interessi, dato che si verterebbe nella situazione in cui è la stessa società (Red Bull®, ndr) a controllare due squadre partecipanti allo stesso torneo.
La mossa astuta del club tedesco, però, è stata quella di acquistare dal Salisburgo diversi calciatori (es. N. Keita, Bernardo, Upamecano…) così da abbassare la percentuale dei ricavi provenienti ‘direttamente’ dalla Red Bull®.
Così facendo, le squadre hanno potuto giocare l’uno contro l’altra, tra l’altro nella fase a eliminazione diretta (quarti di finale, ndr), nell’Europa League del 2018.
La vicenda di Napoli e Bari invece è un più semplice: infatti, ad oggi, non ci sono problemi di conflitto di interessi in quanto il Bari e Napoli non competono nello stesso campionato.
Tuttavia, i problemi sorgerebbero nel momento in cui il Bari venisse promosso in Serie A TIM.
A quel punto infatti ci sarebbero solo una via, ad oggi, percorribile dalla società: ovvero cederne il 51% (e quindi il controllo di maggioranza) e far sì che ne cambi la rappresentanza legale.
Scritto da:
Enrico Maria Di Franco
Francesco Foria
Antonio Giorgino
Andrea Progida
Francesco Russo
Francesco Santangelo
[1] Champions League ed Europa League hanno regolamenti diversi che però non differiscono nell’articolo 5

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